Intervista a Marco Arturo Messina
"IL SOLE DI NINA" Intervista al regista Marco Arturo Messina di Chiara Moncada

D: Come è nata l'idea di questo film?
R: Cercavo la mia storia a Mantova, ma l'idea di un clown come protagonista aveva preso forma nella città dove ho vissuto fino a nove mesi fà, Udine, in un pomeriggio dell'aprile 2006.  In un appartamento all'ultimo piano di un palazzo del centro storico vive veramente un "angelo"; è ancora lì. Non dirò mai chi è; in fondo non è mai necessario raccontare tutto. Ho cominciato a preparare il film solo con questa idea.

D: Quindi crede agli angeli?
R: Si, soprattutto agli angeli che vivono sulla terra.

D: Mi spieghi meglio, angeli che vivono sulla terra?
R: Come ho già detto non è necessario raccontare tutto.

D: Perché buona parte del film è girato a Mantova?
R: Nella ricerca degli esterni, Mantova si è confermata subito la location ideale, così ricca di posti bellissimi, colorati e al tempo stesso neutri, senza colore, freddi. Mi era d'altronde subito piaciuto questo estremo così visibile: molte scene sono nate da lì, sono state scritte per alcuni luoghi che hanno catturato la mia attenzione e curiosità. Ogni volta che scendevo dal treno e arrivavo a Mantova, andavo subito in giro a prendere appunti. Cercavo una storia e volevo che fosse proprio la città a suggerirmela. Sulla mia moleskine avevo scritto l'appunto: Clown, Clown come angelo, personaggio nemico dei confini dell'animo umano. Un angelo con la maschera da clown che rappresenta quanto di "incomprensibile" nasconde la nostra normalità "apparente".

D: Come nasce una sceneggiatura di un film?
R: I soggetti di quasi tutti i miei corti e soprattutto di questo mio primo lungometraggio, trae ispirazione dalla realtà, da qualcosa che mi è successo realmente; ma poi, per raccontare una storia, pur partendo dalla vita vera, scivolo nei ricordi e nella "fantasia-finzione" più emotiva. Credo che quando si ha in mente di scrivere una sceneggiatura, sia necessario staccarsi da tutto, diventare un altro, entrare dentro tutti i personaggi che si vogliono raccontare. Io stesso mi sono dunque trovato ad essere ognuno di loro, mi sono avvicinato alle loro emozioni, alle loro debolezze e alla loro forza; in ciascuno di loro c'è una parte di me. Capirete che uno, poi, di notte non dorme proprio benissimo con tutti questi personaggi "dentro".

D: Soffre di insonnia?
R: No, almeno non credo.

D: Come ha gestito il set del film e cosa ha prediletto nelle inquadrature
R: Abbiamo girato il film in digitale, in HDV, spesso abbiamo girato in condizioni veramente difficili, considerando anche i pochi mezzi economici che avevamo. Sotto molti aspetti Il Sole di Nina è un film assolutamente sperimentale. Per questo devo ringraziare la troupe e il direttore della fotografia e amico Daniele Trani.

D: Perché un clown come protagonista?
R: In questa storia non esistono protagonisti, la vera protagonista è l'acqua, i laghi che circondano questa città, proteggono ma al tempo stesso non lasciano possibilità alla città di modificarsi  come tutti i personaggi che ho voluto raccontare, per questo c'è chi arriva e chi parte, sempre. L'acqua è come la vita, incontra e riflette molte cose diverse.

D: Perché un clown, chi è Nina?
R: Nel film, Nina rappresenta il punto di partenza e insieme il punto di arrivo. L'evoluzione positiva dei personaggi, della storia del film e della vita. Forse anche della mia. Il clown è un adulto che torna bambino per ricucire le ferite della propria infanzia, tutte quelle cose che sono rimaste a metà. Nina è un angelo, un angelo-clown di questo film usa la maschera non solo per sanare i suoi dolori, ma anche e soprattutto curare quelli dei personaggi che incontra. Forse Nina il clown è l'anima ferita di un tempo passato: ha sofferto e non racconterà mai il perché. Solo porta con sé un interrogativo: Che cos'è l'amore? La ricerca della risposta le dà una direzione e coinvolge tutti i personaggi che lei, angelo col naso rosso, accompagna e protegge. Il personaggio di Nina, non è affatto facile: usa poco le parole, e lo fa solo quando la storia inizia a prendere forma, a trovare la curva narrativa; così il suo silenzio diventa un mezzo di comunicazione fondamentale con le persone che la vedono o la sentono, ma anche con quelle che non la vedono affatto.

D: Lei è un compositore prima di essere autore e regista, in che maniera ha influenzato la musica che ha scritto, all'interno del film? E' stata una scelta in base al film o è stata fonte d'ispirazione per le scene?
R: Questo mio lavoro, come tutti gli altri, è stato fortemente influenzato da questa mia passione: il pianoforte è la mia prima professione. La musica che nasce ed esce da uno strumento è sempre qualcosa di vero, reale, genuino; non ha bisogno di finzione. Quando scrivo un brano musicale per il cinema, non devo esprimere necessariamente i miei sentimenti, in un film le emozioni musicali cambiano costantemente perché riflettono quello che succede, seguendo la sceneggiatura, i personaggi, il tempo, il ritmo narrativo. In ogni caso credo che la mia musica esprima gli stessi sentimenti che esprimo come uomo. Possono esserci molte affinità, in ogni caso credo che la musica comunichi sentimenti solo musicali, è questo il bello anche di una sola nota: "individualità". La colonna sonora è parte della storia e non poteva che accompagnare tutto il racconto: nasce da esso e lo fa scaturire a sua volta. In parole povere la musica accompagna l'azione e poi si colloca sulla interpretazione dei personaggi, questo è quello che fa un compositore per il cinema.

D: Nel finale del film il violinista ebreo pone a Nina diverse domande, ma c'è una frase che colpisce: "C'è troppo rumore qui, e il silenzio mentale è come il rumore". Che rapporto ha con il silenzio?
R: Chi rimane in silenzio può riflettere e far riflettere, in ogni caso sono turbato dal silenzio...

D: Con quale criterio ha scelto gli attori?
R: Silvia Benedini nel film interpreta Nina, ho scelto Silvia perché prima de Il Sole di Nina avevo scritto una pièce teatrale, Il valore delle mani, a cui lei aveva partecipato alimentando il lavoro con la sua forte sensibilità artistica e il suo grande talento mimico; avevo bisogno di una ragazza molto dolce e che sapesse gestire la maschera del Clown e il corpo senza aver paura. Gran parte del fascino di Silvia sta nella capacità unica di recitare proprio con tutto il corpo, grazie ad un eccezionale carisma fisionomico. Basta guardare le belle foto di scena e di backstage scattate da Elia Falaschi per rendersene conto, ricordo che a  metà delle riprese di essermi chiesto quanto di Nina ci fosse in Silvia e viceversa. Tapani Mononen è un attore  finlandese con cui ho lavorato ne "Il Valore delle Mani" e in uno spettacolo scritto da lui dal titolo "Quello che resta", per il quale ho composto le musiche; da allora ci lega una forte amicizia. Nel film interpreta Herman Sternis, l'uomo d'affari tornato dopo tanti anni nella sua città d'origine, Tapani mi offriva quasi interamente quello di cui avevo bisogno per la figura di Herman: ho scritto il personaggio su di lui, mi piace il suo modo di recitare, così fortemente emotivo. Per il ruolo di Pedro il barbone ho scelto Werner Di Donato, che proviene dalla vecchia scuola del cinema, quella fatta di carne e sangue, quella vera, che forse purtroppo oggi non c'è più. Anche con lui avevo già lavorato: era stato il protagonista di un mio mediometraggio dal titolo "Bastasse il Mare". La prima volta che ho incontrato Giovanni Franzoni, il violinista ebreo de "Il Sole di Nina", è stato una sera di settembre del 2006, all'inaugurazione della mostra del Mantegna a Palazzo Tè: recitava alcune letture e mi ha emozionato molto la sua interpretazione. Ricordo che c'è stata subito una bella intesa. É una persona vera, un gran sognatore, ci siamo capiti in maniera diretta senza sovrastrutture; è una di quelle persone che ti fanno sentire meno solo; come me non ha paura di essere estremo, pur rendendosene conto. Ho iniziato a raccontargli subito del film e del personaggio che avrei desiderato interpretasse, sentivo che quella figura con la sua presenza avrebbe potuto essere qualcosa di veramente speciale, e così è stato, per entrambi. Il personaggio di Bianca la fotografa, vive dentro il corpo di Federica Restani. Federica è stata una piacevole sorpresa: è una di quelle interpreti di discreta costanza e di chiaro talento, intensa e delicata al tempo stesso. Ha un vastissimo repertorio di emozioni nella sua valigia di attrice e nei panni di Bianca è come se il suo viso parlasse cento lingue e i suoi occhi raccontassero cento storie: sa sembrare fragile e forte allo stesso tempo, sconvolta e assolutamente bella, il personaggio Bianca è in costante metamorfosi, proprio come Federica che, per come la vedo io, è sempre con la valigia in mano, alla ricerca di sentimenti forti, le sue emozioni sono costantemente in superficie; una donna che non appartiene a questo tempo. L'attore che interpreta Alberto, il vecchio custode delle proprietà di famiglia di Herman, è un oceano di umiltà - vorrei tanto averne almeno la metà. È Silvano Palmierini, che ho conosciuto una sera del novembre del 2006, proprio quando stavo cercando la persona che avrebbe potuto recitare questo ruolo. Sono stato invitato a visitare la sede del Teatro Campogagliani di Mantova durante le prove dello spettacolo "Re Lear", e così l'ho visto. É difficile parlare di Silvano e della sua sottile malinconia: è un attore completo, la sua bellezza e bravura stanno nel fatto che gli viene naturale uscire dalla finzione cinematografica. Ha dato vita ad Alberto con una spontaneità quasi imbarazzante, certamente unica. É difficile per me che ho trent'anni descrivere le sensazioni, la sensibilità che un uomo come Silvano ha dentro e che, senza chiedere nulla in cambio, mi ha regalato e mi ha insegnato. Le voglio conservare intensamente, custodirle per ora egoisticamente nel mio cuore; forse un domani le farò salire nella mente. Un personaggio che dovrebbe avere meno spazio degli altri e invece ha molte cose da dire grazie alla sua forza e debolezza è il ragazzo cieco; il suo interprete è Stefano Mangoni. Un cieco è cieco nelle terra dei vedenti; il suo handicap, la sua difficoltà gli dà però una sensibilità estrema, che lo porterà a percepire più di altri la presenza di Nina. Stefano ha studiato tanto il suo personaggio, si è documentato molto per essere credibile e naturale; il suo impegno mi ha davvero colpito e il risultato è stato molto buono.

D: Cosa si aspetta da questo film?
R: Nessuno dei miei lavori lo considero davvero concluso. Dentro di me, ogni mio progetto, ogni mia storia, ogni mia musica, nasce da un punto preciso per giungere ad un altro altrettanto definito, ma ciò che chiude il cerchio, la risposta personale che risolve e chiarisce l'idea che sta alla base delle mie opere, la lascio sospesa, tendo a nasconderla agli spettatori. Un film non dice cosa è giusto o sbagliato: racconta solo situazioni che accadono o che vorremmo accadessero, che fanno parte della vita di ogni persona. A chi lo vede spetta il compito (e il piacere, mi auguro) di chiudere il percorso del senso, riempiendo uno spazio che a lui solo appartiene, luogo in cui io non voglio rientrare.

D: Quali sono state le condizioni più difficile nel portare a termine il film?
R: Diverse, un film non si conclude con la fine delle riprese: l'inizio della post produzione e il montaggio rappresenta una nuova salita fatta di tanti piccoli sassi, il sentiero lì non esiste più. Tra l'autore e il montatore, il sognatore e il razionale, si crea una complicità molto forte, per la quale si cade e si scivola sui sassi insieme, ridendo in due a sorriso stretto, per poi rialzarsi, aiutandosi. Così è stato tra me e Michele Santamaria, il quale ha apportato nuovi punti di vista prima non considerati e importanti soluzioni. Ha inoltre montato tre versioni de Il Sole di Nina, l'ultima delle quali è certamente la più completa, nonostante il senso ultimo rimanga comunque sospeso. Come ho già detto, il suo percorso comprende anche lo spettatore. D'altronde il cinema è un gioco di squadra: si fa ricco di tanti ruoli diversi. Coloro che li recitano in senso stretto sono altre tessere imprescindibili.

D: Nel film ci sono personaggi che arrivano a Mantova e ci restano e altri che se e vanno in altre due città: Trieste e Roma, perché la scelta di queste due città?
R: Qualsiasi città suggerisce all'uomo che la abita di andarsene. É un modo per ritrovare se stessi dal distacco. Poi si torna, ma con un bagaglio meno carico e pesante di quando si è partiti. Magari vuoto, come succederà a tutti i personaggi. Non è infatti un caso che io abbia voluto girare due scene importanti nelle due città a cui sono più legato: Roma e Trieste. La prima perché custodisce i miei anni accademici, intensi e fortemente rivelatori; il ponte che si vede nella scena è quello degli Angeli, dietro Castel Sant'Angelo. Lì, a ridosso del fiume Tevere, delle sue acque torbide ma sempre rinnovate, ho passato ore bellissime a leggere e pensare. È stato importante riportare ne Il Sole di Nina quel luogo e l'energia di cui è permeato. Trieste è invece la mia città natale e c'è un posto al quale sono particolarmente legato che non potevo non includere nel film: il Faro della Vittoria. È uno dei fari più importanti d'Europa e, per me, il più luminoso; un approdo al quale mi ancoro. Poi c'è un terzo luogo: il lago di Mantova, appunto. Il film si apre con l'immagine rossa della casa galleggiante, immersa in quella luce di transizione che caratterizza il film intero. In quella scena iniziale si vedono Nina, che cammina lungo il lago guardando l'orizzonte, e il violinista, che sospeso sul lago chiude la porta della sua casa, sbarrando fuori la luce. Le ultime immagini del film ci riportano a Nina che si toglie la maschera ancora davanti al lago e al violinista che cammina sereno per Roma senza il suo violino. Il racconto si chiude con l'inquadratura della casa sul lago abbandonata, una panchina vuota, lo specchio d'acqua di nuovo immerso nella luce rossastra.
Il ripetersi dei destini non provoca saggezza, ma crea sempre nuovi dubbi e illusioni.

D: Come vede il cinema italiano di oggi?
R: In Italia il cinema indipendente non esistete, i film italiani non tutti ma quasi si assomigliano,  amo comunque il cinema italiano degli anni 60 e 70, ultimamente trovo molto interessante il ritorno nelle sale cinematografiche di un grande maestro come Giuliano Montaldo. Comunque sono più per il cinema Orientale e quello dell'est Europa, quello che proviene dalla Corea, dal Iran, da Israele, dalla Cina, dalla Russia,  da questi paesi arrivano film e registi rivoluzionari come Wong Kar Wai, Park Chan Wook, Majid Majidi, Samira e Mohsen Makhmalbaf, Kim Ki Duk e non c'è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici arriva solo dal mercato dei dvd, mentre i titoli italiani nuovi sono veramente pochi.

D: Come giudica questo suo primo lungometraggio?
R:  Dopo questo lavoro non sono più felice di prima, non del tutto. Questo film mi ha invecchiato, e non voglio scrivere il perché - sarebbe anche difficile spiegarlo e non sono più in grado di rispondere a nessuna domanda. Ho voluto raccontare la speranza di un miglioramento nella propria vita. La forza di agire, di saper ascoltare i messaggi che ci arrivano, per arrivare a vivere un'esistenza diversa da quella che abbiamo fra le mani. Sono convinto che ci sia bisogno di uno spazio per riflettere e che la poesia ne apra uno importante. La sincerità è cosa molto rara e quello che manca nel mondo che mi vedo attorno è il coraggio della responsabilità. Quello che siamo è una scelta che per diventare libera ha bisogno di un percorso non facile. Sono anche convinto che ciò che siamo sia influenzato da fattori esterni non sempre controllabili. La vita spesso è fortuna: il luogo in cui nasciamo, le condizioni di vita, il caso che ci porta a fare alcuni incontri piuttosto che altri, che ci porta in un punto e subito dopo ci catapulta senza avvisarci dalla parte opposta. Sono però anche convinto che tutto ciò non sia assoluto, perché la possibilità di confronto maturo con se stessi, con la realtà attorno a noi, prima o poi arriva. E la possibilità di scelta anche. Voglio approfittare per ringraziare tutti coloro che hanno sostenuto il progetto durante le sue fasi di ideazione, produzione e attuazione, ma allo stesso modo tengo a ringraziare anche tutti coloro che non lo hanno sostenuto o che in qualche modo possono averlo ostacolato: a modo loro hanno rafforzato e alimentato ancor di più la determinazione mia e del Gruppo Jandha Film nel raggiungere gli obiettivi che ci eravamo posti.

D: Un ultima domanda che c'è anche alla fine del suo film: Che cos'è l'amore per lei?
R: Io le rispondo: Che cos'è l'amore?